Alla vigilia della finale il canovaccio tattico appariva già scritto. Da una parte la Spagna di Luis de la Fuente, una squadra costruita negli anni attorno a principi ormai consolidati: possesso palla, pressione feroce in fase di non possesso e continua ricerca degli spazi tra le linee. Dall’altra l’Argentina di Lionel Scaloni, campione del mondo in carica, arrivata all’ultimo atto senza il peso di dover dimostrare nulla, ma con la voglia di difendere il titolo conquistato quattro anni prima e trascinata ancora una volta dall’immenso talento di Lionel Messi. Il capitano argentino, a 39 anni, ha firmato un Mondiale straordinario con 8 gol e 4 assist, chiudendo secondo nella classifica marcatori alle spalle del solo Kylian Mbappé, autore di 10 reti. Ma questa volta nemmeno la sua leadership è bastata per arginare una Spagna che ha imposto la propria identità dall’inizio alla fine.
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Spagna, il possesso come forma di dominio
I numeri raccontano perfettamente quello che si è visto sul terreno di gioco. La Spagna ha monopolizzato il pallone completando 789 passaggi su 878 tentati, contro i 375 su 476 dell’Argentina. Il dato diventa ancora più significativo osservando la qualità della circolazione. Gli spagnoli hanno prodotto 605 passaggi progressivi, quasi il doppio dei 312 argentini, distribuiti in ogni zona del campo:
- 179 passaggi nella propria costruzione contro 60;
- 263 tra le linee contro 124;
- 163 nella trequarti offensiva contro 128.
La vera differenza, però, è stata la capacità della Roja di ricevere continuamente alle spalle del primo pressing argentino. Le ricezioni tra centrocampo e difesa parlano chiaro: 149 contro 75, mentre addirittura 18 ricezioni sono arrivate oltre la linea difensiva argentina, appena 6 quelle dell’Albiceleste. È proprio in questa statistica che si legge il successo del piano tattico preparato da De la Fuente: attirare la pressione, liberare l’uomo tra le linee e costringere continuamente l’Argentina a rincorrere.

Pressing e occupazione degli spazi
Il dominio territoriale ha inevitabilmente prodotto una superiorità offensiva evidente. La Spagna ha concluso 20 volte, lasciando appena 2 tiri agli avversari. Ancora più impressionante il dato relativo alle conclusioni nello specchio: 12 tiri in porta contro 0 dell’Argentina.
Anche la qualità delle occasioni conferma la superiorità spagnola:
- 8 tiri dall’interno dell’area contro 1;
- 12 conclusioni dalla distanza contro 1;
- 6 tiri fuori contro appena 1.
L’Argentina, semplicemente, non è mai riuscita a trovare continuità offensiva. Il pressing organizzato della Spagna ha impedito alla squadra di Scaloni di risalire il campo con qualità, costringendola spesso a lanci diretti e a possedimenti molto brevi.

Una superiorità costruita con il pallone
La mole di gioco della Roja emerge anche dai dati sulle situazioni offensive. Gli spagnoli hanno battuto 9 calci d’angolo contro i 4 argentini, confermando una costante presenza nella metà campo avversaria. Hanno inoltre effettuato 24 cross, completandone 4, contro i 9 tentati e appena 1 riuscito dell’Argentina.
Anche nei cambi di gioco la Spagna ha dimostrato maggiore qualità, con 13 aperture completate contro 5, un dato che testimonia la capacità di muovere rapidamente il pallone da un lato all’altro del campo per allargare le maglie difensive argentine.
L’unico equilibrio statistico riguarda i calci piazzati complessivi (25 per entrambe le squadre), ma nemmeno queste situazioni sono riuscite a riequilibrare una partita che, sul piano del gioco, ha avuto una direzione ben precisa.

L’Argentina resiste, poi si arrende
Va comunque riconosciuto il merito dell‘Argentina di essere rimasta aggrappata alla partita fino all’ultimo. L’impressione, soprattutto nella fase finale, è stata quella di una squadra che abbia cercato con tutte le energie residue di trascinare la finale ai calci di rigore.
Messi ha provato ancora una volta a caricarsi la squadra sulle spalle, ma la continua occupazione degli spazi interni da parte della Spagna ha limitato le possibilità di accendere il proprio numero dieci. L’Albiceleste ha finito così per difendere molto più di quanto avrebbe voluto, consumando progressivamente le proprie energie nel tentativo di contenere un possesso palla quasi ininterrotto.
I numeri hanno rispettato le previsioni
Se la domanda era se “i numeri sono andati come da previsione”, la risposta è sì. La vigilia raccontava una finale tra una Spagna destinata ad avere il controllo del gioco attraverso possesso, pressing e occupazione delle linee di passaggio e un’Argentina pronta a resistere, affidandosi alle giocate del proprio fuoriclasse e all’esperienza maturata nel percorso mondiale.
Le statistiche confermano esattamente questo scenario. Il dominio nel possesso (789 passaggi completati contro 375), nelle conclusioni (20-2), nei tiri nello specchio (12-0), nelle ricezioni tra le linee (149-75) e nei passaggi progressivi (605-312) fotografa una finale controllata tatticamente dalla Spagna.
L’Argentina ha lottato fino all’ultimo, fedele al carattere che l’ha accompagnata durante tutto il torneo, ma questa volta ha trovato una squadra semplicemente superiore sotto il profilo collettivo. La Roja ha imposto il proprio calcio per tutta la partita, trasformando quello che alla vigilia era soltanto il piano tattico atteso nella fotografia perfetta di una finale dominata e meritata.
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